Your address will show here +12 34 56 78
La prima giornata di lavoro inizia presto per lo staff, che oltre dover essere pronto prima degli altri per poter svegliarli, ha partecipato a mezz’ora di adorazione eucaristica prima di iniziare la giornata. Non so voi, ma a noi, o quanto meno a me, fa tanto bene iniziare la giornata con un tempo di pace e di riflessione nella piccola cappella che sta al centro della struttura che ci accoglie. Permette mettere in ordine tante idee e pensieri, così come le aspettative per la giornata che ci attende, e ci sprona ad accogliere gli altri con un sorriso e con pazienza.

Dopo la traumatica sveglia delle 7, tutti si sono rivolti in chiesa per fare la preghiera del mattino. Una breve preghiera che faremo lungo tutti i giorni della nostra missione, un inno per introdurre, la lettura a due cori di un salmo, un brano del Vangelo e delle intenzioni. Finiti questi 10 minuti di preghiera, siamo andati tutti di ritorno alle stanze per prendere tutte le provviste presse il giorno prima, per fare una colazione da campioni che ci permetta affrontare al meglio la giornata. Anche oggi, non sono mancati i ragazzi che circondavano i diversi tavoli alla ricerca degli avanzi, soprattutto di qualche pane o delle uova. 

In una giornata di lavoro saremo partiti alle 8:30, però solo per oggi, a causa del raduno saltato la notte prima, in quel orario ci siamo ritrovati in auditorio. È toccato a me provocare i ragazzi a chiedersi sinceramente cosa li ha portati qua, in Perù, per 18 giorni, giorni che potevano usare con tante altre cose più piacevoli a un livello, più rilassanti, soprattutto dopo il lungo anno scolastico. A chiedersi di cosa sono ricchi, di cosa hanno pieno il cuore, e di conseguenza cosa hanno da dare alle persone che incontreranno, ma anche ai compagni di viaggio, lungo questi giorni qua dall’altra parte del mondo. 

Ieri sera, ormai entrando in stanza, nella stanchezza più totale, mi si è avvicinato uno dei ragazzi a chiedermi qualcosa che mi ha spiazzato, qualcosa che io so che succede in questi viaggi, ma che non avrei pensato che uno lo avrebbe notato con solo una giornata insieme, e nella quale manco avevamo lavorato, ma solo viaggiato insieme, mangiato insieme, e pregato insieme. Mi è stato chiesto “Come riuscite a creare un’atmosfera così”… al che ho chiesto “a cosa ti riferisci di preciso?”. “Al fatto che siamo liberi, siamo diversi qua”… Nonostante la stanchezza un sorriso ha inondato il mio viso; in così poco tempo aveva colto uno degli aspetti più belli di questo viaggio: il cadere di tutte le maschere, di tutte le paure, di tutti quei sensi d’inadeguatezza che provano i ragazzi nelle nostre società sviluppate e ricche. Ho riferito questo breve dialogo ai ragazzi stamattina, per dirli che per poter amare di più in questo viaggio, per poter viverlo pienamente, ce bisogno di spogliarsi di tutti quei blocchi assurdi che abbiamo, tutte quelle paure fondate sulle aspettative che non vedono chi siamo veramente; ho dovuto enfatizzare che qua non conta quanto si è belli o popolari, se si è sportivi o intellettuali, qua non conta se vieni da una grande città o se frequenti la scuola di moda, non conta il proprio passato, ma conta unicamente cosa si decide fare con l’unica cosa a nostra disposizione: la possibilità di amare nel tempo presente. Una volta finita questa breve, e spero efficace provocazione, i ragazzi hanno avuto una trentina di minuti per risponder al “questionario iniziale”. Domande toste, ma penso meno toste di quelle affrontate nel questionario per poter partecipare a quest’esperienza!

Alle 09:30 siamo partiti in tre pullman; e alle 10:15 eravamo già nel cantiere pronti a iniziare con i lavori nella scuola per bambini tra i 3 e 5 anni Nueva Alborada. Cioè eravamo quasi tutti pronti… il nostro responsabile di trasporto ha fatto male i calcoli e ha lasciato nella casa di ritiro il nostro medico, che ci ha dovuto raggiungere molto dopo! Devo riconoscere che gli obbiettivi fissati dalla fondazione con la quale lavoriamo qua ad Arequipa sono molto ambiziosi. Dobbiamo costruire tre “terrazze” lunghe 30 metri e alte 2 metri a base di sillar, cioè la pietra vulcanica bianca! Dobbiamo spianare il cortile della scuola e costruire un muro di contenimento lungo 50 metri! E infine completare la recensione di tutta la struttura. Ci siamo così divisi in 3 gruppi di lavoro, ci pensano i ragazzi universitari a gestire i tempi di lavoro e di riposo, dei bei 50′ di duro lavoro e 10′ di pausa. Devo dire soddisfatto che i ragazzi hanno lavorato quasi senza lamentarsi di nulla, sono stati allegri tutto il tempo, e non si sono risparmiati proprio per niente. Ferite di guerra oggi praticamente nessuna, giusto qualche graffio ma niente di che. Pausa pranzo alle ore 12:30 e ripresa dei lavori alle 13:30 fino alle 14:30, ora in cui ci siamo divisi in 5 gruppi per assistere, in diversi modi, a diversi bambini: 2 orfanotrofi, 1 orfanotrofio per bambini malati, e 2 ospedali per bambini.

Su ognuno di questi posti approfondirò nei prossimi post, e visto che sono 5 giorni per 5 posti, oggi mi concentrerò su quello dei bambini orfani e malati. È un orfanotrofio che porta avanti una comunità di suore fondata in Argentina. Accolgono gli ultimi tra gli ultimi… sono bambini che vengono abbandonati alle loro porte, o che hanno trovato vicino ai cassetti della spazzatura. Bambini provenienti da famiglie molto povere, i cui genitori nel vederli così malati (deformazioni e ritardi soprattutto) e nell’angoscia di non sapere cosa fare, scelgono di lasciarli lì, da queste suore, che diventano la loro unica famiglia. È una sfida fortissima a quanti sostengono che esistono vite più degne di essere vissute, o a quanti credono che sia l’utilità di una persona a definire il loro valore. Le suore ti ricevono con un sorriso che spiazza, e che spiazza perché provengono da persone che convivono con la sofferenza ogni giorno. Ti spiazzano ancora di più quando con una certezza granitica affermano che tutti hanno una missione, che tutti siamo qua per una ragione, e che magari i loro bambini esistono, proprio per sciogliere cuori induriti, o per strillarci che solo amare ed essere amati porta vera pace. Sono bambini felici di vivere perché amati, tutte le altre limitazioni, per quanto dolorose e dure e soprattutto ingiuste, non bastano per cancellare la certezza e la sicurezza che conferisce l’amore a chi è amato. E il bello è che sono una testimonianza vivente, non una teoria o qualche bella frase fatta.

I ragazzi sono tornati a casa felici, stanchi ma felici. Io a un punto del pomeriggio sono andato in aeroporto a prendere altre due membri del gruppo. Quasi tutti si sono lavati, il che è un record! Ore 19:30 cena e dopo cena i ragazzi dello staff hanno aperto le valigie con tutte le donazioni che hanno portato i ragazzi dalle loro case, per mettere un po di ordine. Infatti dovranno mettersi d’accordo su cosa lasciare qua agli orfanotrofi, e cosa portare invece fino a Cañete per le famiglie alle quali costruiremo le case. Alle 21:30 abbiamo fatto la preghiera della sera, e poi, come per arte di magia, di nuovo a nana. Speriamo che tutte le sere siano così!
0