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Missioni 2018 Perù
Siamo alla quarta giornata di lavoro. Ieri il sole era stato clemente, oggi però è tornato con più forza… è vero che qua è inverno, ma durante il giorno fa caldo, e tanto, e se si sta sotto il sole il bisogno del protettore solare c’è, tranne per me, che sono peruviano e sono nato abbronzato. La fatica accumulata dei giorni passati si sente… oggi eravamo tutti un po più lenti, un po più pigri, soprattutto a momenti. Non che non si sia lavorato, e pure tanto tanto, ma a tratti era come se tutto si rallentasse. 

Costruire una scuola è qualcosa che ha bisogno di tempo, non si fa da un momento ad altro, e in effetti questa qua la stiamo costruendo piano piano da tre anni; i compiti sono tanti, spallare, fare buche per le fondamenta, fare le fondamenta, riempirle di concreto, portare il materiale da un luogo al altro nello stesso “cantiere”. Ed è un lavoro molto ingrato, perché i risultati sono pochi, o nulli, la fatica è tanta e i risultati ancora invisibili. Ma è anche molto pedagogico, soprattutto per chi come noi è cresciuto in una cultura dell’immediato, il tutto subito, il tutto già fatto. Qua si contrasta quasi brutalmente questa cultura, perché l’immediato non esiste, come neanche lo fa il subito, e per arrivare da qualche parte ce bisogno di faticare costruendo lentamente quello in cui si crede. E si costruisce da cose che in un inizio uno può ritenere poco importanti, ma che in realtà possono giocare un ruolo fondamentale… sono le piccole cose nella nostra vita che poi fanno la differenza quando affrontiamo le grande sfide. Ogni sasso che spostiamo, ogni sacco di cemento che buttiamo, ogni picconata, ogni spallata, fanno parte del futuro di questa scuola, e ognuna delle nostre azioni deve essere compiuta con amore, perché solo l’amore è garanzia di generosità e di perseveranza, di portare le cose al suo termine nel miglior modo possibile. 

Devo però dire che nonostante questi due elementi, la fatica che si sente sempre più forte e l’esperienza dei “non frutti” di una costruzione così lenta e a lungo termine, i ragazzi tengono in alto la gioia e la voglia di fare. L’ho già detto nel post precedente, un gruppo con così tanta voglia di fare, con così tanta buona disposizione al lavoro, che proprio non si risparmia e che per di più è anche parecchio disciplinato (e dopo questa uscita speriamo di non “gufarmela”!), non mi capitava da tanto. È bello anche costatare che i ragazzi sono entusiasti di tutto, del lavoro fisico, del fare compagnia a tutte le persone che hanno incontrato in questa settimana nei diversi asili, ospedali e orfanotrofi, e delle riflessioni serali. Riflessioni che sono momento di confronto e di apertura, di conoscenza di sé e di chi si ha intorno, imparando a conoscersi e apprezzare la ricchezza che l’altro loro coetaneo è per loro, e la ricchezza che loro stessi sono per gli altri, ricchezza unica e irripetibile, quanto unica e irripetibile è ogni persona di questo gruppo e di conseguenza anche il compito a loro affidato.  

Oggi i ragazzi che hanno visitato lungo la settimana l’orfanotrofio maschile Santo Tomás de Aquino hanno dovuto salutare i loro ragazzi, perché domani, come a Roma, è festa. Quindi i nostri missionari hanno approfittato per portare i bambini diversi regali che avevano portato dall’Italia. È stato un momento di gioia e tristezza allo stesso tempo. Gioia per il tempo trascorso insieme, per i giochi, i compiti, le chiacchierate nonostante molti non parlassero lo spagnolo… tristezza perché li hanno salutati, li hanno lasciati in mezzo a occhi commossi, in mezzo ad abbracci accompagnati di tanti “non ti dimenticherò mai”, “sarai sempre il mio miglior amico” o “tu sei il mio papà”. Questo distacco sicuramente fa male, l’amore infatti ci rende vulnerabile, e da non solo all’altro, ma alla vita stessa il potere di ferirci… ma l’alternativa, che è quella dell’indifferenza e del tenersi da parte, ai nostri ragazzi sembra solo una follia.

Dopo cena i ragazzi hanno tenuto la seconda conferenza del viaggio: “Il limite del desiderio: tra felicità e fragilità”, a carico di Benjamin. Ci starebbero tantissime cose da dire sulla sua conferenza. Nei gruppi si è parlato però maggiormente del paragone fatto tra il granello di sabbia e il seme, alla vista molto simili, di dimensioni quasi uguali, ma con la fondamentale differenza che il seme porta dentro di sé una vita in potenza, vita che per svilupparsi ha bisogno di tutta una serie di condizioni, vita che per fiorire ha bisogno di tempo, quel tempo che a volte pensiamo di non avere… è allora quando i granelli di sabbia, materia inerte, riempiono le nostre giornate, sono quantitativamente migliori, ma qualitativamente poveri, ci lasciano insoddisfatti… la sabbia nella nostra vita è costituita da tutte quelle scelte banali, effimere, di quelle scelte che non ci fanno crescere interiormente, che non contribuiscono ad allargarci il cuore. Il seme invece è quella scelta di amare, di fare della vita una donazione costante, ma che per andare a buon termine deve germinare, e per germinare ha bisogno di tempo, di ossigeno, di acqua, di terra… La sabbia purtroppo può annegare il seme, e può farlo diventare materia inerte come essa stessa lo è. Saranno i ragazzi capaci di togliere la sabbia dai loro semi? Io spero di sì, è in gioco, per loro, il senso di appagamento, la felicità piena.
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