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Romania

È una mattina particolare quella di oggi. Eravamo andati a letto tardi, convinti che la Francia aveva fatto fuori la Svizzera. Gli “svizzeri” del gruppo, che sono due, erano un po tristi anche se non si aspettavano chi sa cosa dalla loro nazionale. Il nostro francese invece, con la bontà che lo distingue, era visibilmente compiaciuto. Che amara sorpresa quando, anche questo bisogna dire, ragazzi italiani che non vedono l’ora di vedere la Francia fallire, sono andati dal nostro caro amico francese a raccontarli che erano fuori dall’Europeo. A dire il vero devo dire che i ragazzi sono stati molto contenuti, cioè le prese in giro hanno durato molto molto poco, e sono state molto soft come cosa. 

Questa mattina è la prima volta che i ragazzi fanno fatica ad alzarsi e di conseguenza la giornata parte con 10’ di ritardo. Finita la preghiera ci sentiamo nel dovere di fare un piccolo ricatto pedagogico: per poter fare colazione ogni ragazzo dovrà sistemare i suoi pochi metri quadri di stanza come se dovessimo partire tra 10’. Questo serve a dare un po di ordine, a far ricomparire cose nascoste o “perse” o “rubate”. Finita la prima colazione i ragazzi preparano il nostro auditorio per la terza e penultima conferenza del viaggio. Si parla di idoli, ovvero di quelle realtà a cui ognuno di noi da il “potere” di definire come dobbiamo essere, per cosa dobbiamo lottare, e se siamo o meno felice, pieni, a posto con noi stessi. L’idolo poi si rivela per quel che è perché una volta raggiunto o conquistato o posseduto, rimane un esperienza di insoddisfazione e di vuoto. L’idolo, o meglio la ricerca dell’idolo, non da pace, ma ansia, esperienza di inadeguatezza continua, inquietudine insana, insomma infelicità…

La giornata, a parte il ritardo nelle attività, sembra di presentarsi molto clemente dal punto di vista del tempo. Era nuvoloso e faceva un po’ di freddo, il che era ottimo per lavorare. Purtroppo questo tempo dura poco, forse troppo poco, e il sole ricomincia a battere forte su di noi. I ragazzi visibilmente più stanchi del solito, abbiamo qualche malato (tutti puntualmente tamponati per assicurarci di non avere sorprese)… a dire il vero era già un record che in un gruppo di 69 persone solo dopo 8 giorni di lavoro in condizioni estreme fosse comparso il primo malato. Di solito in America Latina dopo solo tre giorni di lavoro già compaiono i primi malati, che grazie all’effetto placebo diventano sempre più numerosi. 

I ragazzi vengono divisi, praticamente come ogni giorno, in tre squadre di lavoro: c’è chi rimane a casa per continuare a lavorare sul terreno che diventerà, prima o poi, una dormitorio. Un secondo gruppo va in “centrale” a continuare i lavoro per la recinzione e verniciare tutto il locale, che è veramente tanto grande. E infine un piccolo gruppo che continua a smontare e montare tetti. Si torna per pranzo e dopo ci sono i soliti gruppi di riflessione, per poi finalmente alle 16 tornare a lavoro. I ragazzi che stanno seguendo i bambini a Craica hanno un esperienza molto particolare. Piano piano si affezionano sempre di più ai bambini e allo stesso tempo prendono consapevolezza del fatto che tra pochi giorni partiranno, che per quei bambini non ci saranno più, che loro torneranno alle loro vite piene di privilegi e che per quei bambini tante cose non cambieranno proprio. Questo ad alcuni di loro fa tanto male, si chiedono cosa poter fare, o perché il senso di questa ingiustizia. Si scontrano contro il limite delle proprie azioni, con un senso di impotenza, che devo dire, in fondo fa bene. A noi ci appartiene, in qualche modo, solo il presente, ed è nel presente dove siamo chiamati ad amare e dare tutto senza risparmiarci. Il passato è andato, dobbiamo imparare, prendere atto, ma non lo possiamo cambiare e non possiamo lasciarci condizionare. Il futuro ci appartiene solo fino a un certo punto, e per quanto possiamo fare nel presente, nel futuro rientrano tante altre variabili. È il presente il dono più grande che abbiamo, appunto per quello si chiama presente, ovvero regalo. Questo non vuol dire che non bisogna guardare avanti ma che è assurdo tormentarsi per ciò che la nostra assenza farà. Bisogna invece, secondo me, essere grato per quanto si sta vivendo, e approfittare al massimo quanto ci sta ancora davanti. C’è il rischio infatti con il passaggio dei giorni, di perdere di vista il senso, che la stanchezza sia più forte dell’entusiasmo, e per quanto sia comprensibile non possiamo “abbassare” la guardia. In ogni caso è un discorso che affronteremo più avanti…

Al ritorno dai vari cantiere di lavoro i ragazzi trovano un abbondante merenda preparata da alcuni dei ragazzi rimasti per la pulizia e preparare la cena. Dopo la messa ceniamo, e poi i ragazzi chiacchierano, giocano, e cantano. 

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