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Romania

La notte precedente si conclude con il trionfo degli azzurri. I ragazzi sono euforici e rischiamo più volte l’intervento della polizia a causa del vicini che si lamentano delle grida dei ragazzi. Cioè in realtà la causa sono le grida dei ragazzi, non i vicini, che poverini senza partecipare dell’Europeo devono sentire questi casinisti italiani. Verso mezzanotte e qualcosa sono tutti a letto e possiamo finalmente riposare.

Stamattina la sveglia è stata lenta, e dura… la stanchezza dei giorni scorsi si sente sempre di più. Ritardiamo tutto di mezzora, complice anche la pioggia che in pratica ci ha accompagnato tutto il giorno. Dopo la preghiera del mattino e la colazione è il turno dei tamponi per chi non è ancora in possesso del green pass o di un attestato di aver ricevuto al meno la prima dose di qualche vaccino per il covid. Su 60 ragazzi 44 vengono “tamponati”. Nel frattempo ce comunque molto poco da fare, la pioggia ci limita tantissimo. Possiamo solo mandare in centrale un piccolo gruppo di ragazzi a finire i disegni. Hanno fatto un lavoro straordinario e tutto l’edificio ora ha una veste totalmente diversa. Chi rimane a casa invece si riposa, legge, chiacchiera… mangia… la noia porta molti dei ragazzi ad avere una fame costante e vorace: praticamente hanno finito tutte le riserve di pane e nutella…

Il cielo sembra diventare clemente, anticipiamo il pranzo alle 12.45, i ragazzi di centrale tornano in fretta e mangiamo tutti insieme l’amatriciana rumena, ovvero un sugo al pomodoro con pezzi di qualcosa che somiglia il guanciale solo che con molta più carne, ed ecco, tanta, ma tanta tanta cipolla. Ci avviamo verso Craica per avere un ultimo momento di giochi con i bambini. È sempre nuvoloso ma ha smesso di piovere, e questo ci permette passare del tempo a chiacchierare e ballare con i bambini. Verso le 15.30 ci salutiamo tra i pianti di tanti, sia bambini che dei nostri ragazzi. C’è chi piange per il senso di impotenza dinanzi a tutte quella povertà, non solo materiale ma anche umana. Chi lo fa per l’idea di non rivederli più. C’è chi piange per il senso di ingiustizia che prova e nell’incapacità di trovare un colpevole, e chi a causa di tutto questo se la prende con Dio o con sé stesso. 

Sin dal primo giorno ho insistito ai ragazzi sul fatto che non si può e non si deve vedere la propria fortuna (di una casa, di poter studiare, delle molteplici possibilità che hanno, di una famiglia o di gente che comunque ti ama) come un senso di colpa del quale quasi vergognarsi. Ma di essere grati e soprattutto di non sprecarsi, di sfruttare al massimo tutte le cose belle che la vita li ha dato. Un massimo che a mio modo di vedere non si identifica, non necessariamente, con l’idea di successo… ma un massimo che si raggiunge nella serenità e pace del cuore e nel aver fatto qualcosa di bello in questo mondo in beneficio per gli altri. 

Tornati a casa abbiamo altri gruppi di riflessione e verso le 18:30 ci riuniamo nuovamente per continuare con la “sessione di domande” che abbiamo chiamato “botta e risposta”. Le domande sono sempre sulla stessa lunghezza d’onda del giorno precedente, ma sorgono nuove tematiche come la stregoneria, la vita dopo la morte, la re incarnazione, il demonio, il cosiddetto odio della Chiesa verso determinate persone, e via dicendo. Concludiamo la “seduta” con la messa e in seguito mangiamo. Dopo mangiato iniziamo con il primo “talent show” di Missioni, che per suggerimento di Marta intitoliamo “Ho un dono e te lo dono”… Il concorso era stato annunciato qualche giorno fa, e con il passo dei giorni i ragazzi si sono preparati, chi con molta disinvoltura, chi mettendoci tanto di se, chi improvvisando presentazioni un po banali, chi totalmente bloccato e impaurito dall’idea di doversi esibire davanti a così tanta gente. Ci sono ragazzi che si esibiscono da soli, chi lo fa in coppie o chi in gruppo. C’è chi raccoglie una quantità industriale di applausi per la sua simpatia: il suo dono è sapere a memoria il suo codice fiscale e poi saperlo dire all’incontrario. A leggerlo sembra una cosa abbastanza scema… ma lo fa in un modo tale che tutti acclamano il suo nome! Poi c’è chi canta, lasciando a tutti la pelle d’oca, chi fa trucchi di magia, anche se in qualche caso non riesce bene! Una delle ragazze imita le persone del luogo, raccontando l’esperienza di trovarsi circondata da un gruppo di italiani rumorosi, lascia un messaggio che è molto bello: non ho talenti, o almeno non li conosco, ma mi amano lo stesso. “Grazie a voi ho capito che posso non avere talenti ma basta essere me stessa per essere amata da tante persone.” 

Ma la presentazione che mi colpisce di più è uno scritto da una ragazza, che racconta sé stessa e ciò che vive, che la fa soffrire e la fa sognare. Mi colpisce per la bellezza con cui riesce a raccontare anche situazioni dolorose, attuali o passate. Mi colpisce perché apre il cuore e lo mostra a tutti, è visibilmente commossa e la sua voce trema. In queste due settimane che stanno arrivando alla sua fine, sono stato testimone privilegiato, e immeritato, di tanti cuori che sognano, ma tanti cuori che vengono anche da storie di dolore. Anzi, sono proprio quelle storie di dolore che non poche volte tagliano le ali ai sogni di tanti dei ragazzi, storie di dolore che sono attuali e che sono per loro fonte di sofferenza e di frustrazione, e fino a un certo punto anche un limite alla loro felicità. Non si possono certamente fare giudizi leggeri. Crescere un figlio non è per niente facile, meno ancora in un mondo dove sembra che i valori siano sempre di meno. Non si nasce genitori e non si riceve un manuale di funzioni o istruzioni. Si fa il genitore appunto facendolo, e di conseguenza sbagliando. Forse lo sbaglio più comune che mi tocca vedere è quello di proiettare le proprie paure, frustrazioni, o persino stili di vita nei propri figli. Non ho dubbi, e questo lo ripeto spesso ai ragazzi, che sono i genitori a voler più di chiunque il bene del proprio figlio. Ma va anche detto che voler il bene di qualcun altro, che è alla fine l’amore, non vuol dire saper per certo quale sia la strada del proprio figlio per arrivarci. Ci sono genitori che “peccano” di eccesso di controllo o prevenzione di danni, limitando i figli nelle proprie cadute e di conseguenza crescendo ragazzi che alla fine non avranno le risorse umane per affrontare le cadute che la vita ha per tutti noi. Ci sono genitori che rinunciano a fare i genitori e dire fortemente cosa è bene e cosa non lo è, e si riducono, a detta degli stessi ragazzi, a bancomat, o a fare gli amichetti dei figli. Ci sono genitori che sognano che i figli replichino quanto loro hanno fatto e costruiscono una vita alla loro immagine e somiglianza, e dimenticano che la bellezza sta proprio nell’unicità di ognuno di noi. Non è facile fare il genitore, come non è facile accorgersene ed accettare quando si sbaglia… forse il dialogo costante e sincero, che è a mio modo di vedere il grande assente nei rapporti tra padre-madre e figli, risolverebbe tante cose, o quanto meno metterebbe le basi per poter costruire un rapporto solido e stabile, al quale poter fare riferimento sempre. È anche vero che ci sono tanti bravi genitori, vicini e allo stesso tempo autorevoli coi loro figli. Fare il genitore non è un “lavoro” facile, e forse a volte è un “lavoro” ingrato… ma è quello di cui più urgenza c’è nella nostra società.

Prima di andare a dormire “scopriamo” un terzo ragazzo che è arrivato con il doppio cellulare, quindi uno consegnato e un altro se lo è tenuto… sembrerebbe anche un tema di amore, ma sembrerebbe anche che tutto questo tempo comunicava normalmente con casa sua tramite whatsapp… pace… e avanti l’ultimo giorno.

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