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Romania

Alla fine sono andato a letto poco dopo avere mandato a letto i ragazzi. Sembra non siano proprio usciti poiché la mattina dopo le ragazze mi chiedono quanto ero rimasto, visto che nessuno era entrato a dare fastidio durante la notte. Si vede che basta mettere il corpo sul letto per crollare in un sonno profondissimo. 

Questa però è stata la prima sveglia difficile dopo tre giorni di assoluta ed estrema puntualità. I ragazzi non sono al completo senno fino alle 7:40, preghiamo e facciamo colazione. Il briefing è spostato alle 8:45. Un gruppo, il B, inizia i lavori in “centrale” che è il nome che abbiamo dato al centro di accoglienza diurno per bambini poveri che abbiamo ristrutturato con il primo gruppo. Con questo gruppo, lungo tutta la prossima settimana, vorremo costruire un area giochi per i bambini e continuare a verniciare tutta la struttura. I gruppi A e C rimangono a casa per continuare con gli scavi. Alcuni dei ragazzi che sono rimasti a casa danno una mano a padre Albano con la legna. Un modo per finanziare la casa per gli orfani e il servizio di accoglienza invernale è quello della vendita del legno. Padre Albano lascia la tonaca alcune ore al giorno per mettersi nelle vesti di un falegname, e devo dire che è fortissimo! Nella sua veste di falegname rimane comunque un punto di riferimento per molte persone che quotidianamente passano per casa cercando conforto interiore, spirituale e materiale. 

Ci diamo appuntamento a casa per pranzare insieme alle 13. I ragazzi che tornano da centrale sono irriconoscibili, sembrano arrivati da una guerra… di vernice… io solo spero che Padre Albano non li veda, che posso mettere le mani al fuoco che poi mi “cazzierà” perché i nostri ragazzi sprecano la vernice, e non ha tutti i torti… già ero stato “cazziato” per lo stesso motivo con il primo gruppo… Questa volta per pranzo abbiamo uno squisito spezzatino di maiale con patate bollite e pomodori freschi. I ragazzi sono affamatissimi e fanno più di un bis, quindi vari tris. 

Alle 15 avremo dovuto fare i gruppi di riflessione, però di punto in bianco e senza avvertire compare la suora con otto bambini, io direi pesti, da portare nel fiume dietro casa e così farli fare una bella “doccia”. Nel frattempo Tomaso ed Emanuele, il nostro cameraman, partono con i due furgoni verso Craica e li riempiono di tanti altri bambini. Alla fine ci ritroviamo dietro casa, nel fiume, con una trentina di bambini che sono venuti più per giocare che per essere lavati. In un modo o nell’altro riusciamo nella nostra missione, tutti hanno ricevuto la sua dose di shampoo e bagnosciuma. È un momento molto bello, e qua vengono a galla i diversi atteggiamenti che possono avere i nostri ragazzi. C’è chi non si butta del tutto, per paura di non saper come fare, o forse anche paura di bagnarsi, non lo so, e c’è chi non si fa il minimo problema e diventa un piccolo bambino anche lui o lei e si divertono da matti. Siamo anche testimoni, sempre immeritati, di una scena particolarmente tenera, dove una delle bambine decide lei di lavare i cappelli a una delle nostre ragazze. Lo fa con cura, attenzione, nel dettaglio. Come per dirci, se si riceve amore e cure, poi è più semplice replicarlo… 

Finita la doccia ci incontriamo tutti nel cortile della casa. La suora con l’aiuto di una delle ragazze di Craica e una delle nostre ragazze hanno preparato una pasta al pomodoro e delle uova sode. I nostri ragazzi servono i bambini e poi giocano con loro. È un bel momento, attimi che in qualche modo sappiamo rimarranno impresi, pur nella loro semplicità, nella memoria e nei cuori di tutti i bambini che oggi sono venuti. Verso le 18:30 ri carichiamo tutti nei pulmini e li riportiamo alla loro realtà. Qualcuno tra i volontari si chiede se abbiamo fatto bene, come se li avessimo illusi… insisto sul fatto del presente, cioè, solo esso ci appartiene, e in esso siamo chiamati a donarci. Li abbiamo regalato un presente d’oro per queste poche ore. Forse la mancanza, per quanto breve, li farà male, ma quella piccola sofferenza esiste solo perché hanno vissuto questo bel momento, allora è una sofferenza che non soltanto ha una sua origine, ma anche un senso, e va bene così.

Andiamo tutti a messa, celebriamo la liturgia della domenica, domani è giornata di gita e di finale di Europeo. Dopo la messa fermo un attimo tutti nel nostro gazebo, poiché è il momento di una “ramanzina” amichevole. Non appena era iniziata la messa, e per guadagnare del tempo, mi rivolgo in cucina per mettere l’acqua a bollire. Una vera sorpresa la mia quando mi ritrovo con tutte le pentole, alcune de esse nascoste, sporche o piena di cibo, anche di due giorni fa. Alla fine della messa chiedo ai ragazzi cosa accade se, nel montare un “lego”, sbagliamo un pezzettino verso la fine, verso la metà, verso l’inizio… tutti coincidiamo che nella misura in cui l’errore è più vicino verso l’inizio, maggiore sarà il problema verso la fine. Purtroppo è più o meno ciò che ci è accaduto con la cucina, giorni di non curanza ci portano ad un punto in cui non possiamo proprio cucinare finché non rimediamo alle conseguenze di quel momento di pigrizia, di non curanza, o di distrazione. Quindi mangiamo molto tardi, verso le 21:30, con i ragazzi veramente affamati… 

Alle 22:15 possiamo finalmente fare i gruppi di riflessione. Ci sarà un gruppo ogni giorno, le ragazze, che sono un solo gruppo poiché sono in 10, lo faranno ogni giorno con Marta e Maria. I ragazzi che sono in quindici e quindi sono due gruppi, faranno la metà degli incontri delle ragazze, ovvero ogni due giorni ogni gruppo. Ci sono due aspetti che vengono fuori e che sono molto importanti da ricordare per tutti. Il primo è l’esperienza di amicizia, che a mio modo di vedere corrisponde a uno degli assi dell’esistenza terrena, ovvero quello della comunione, che si oppone all’esperienza di solitudine. I ragazzi hanno l’esperienza soggettiva di stare con persone che conoscono da una vita, con i quali non soltanto possono parlare delle solite cavolate di cui si parla a una certa età, e non solo, ma anche di cose più intime e belle. I ragazzi sostengono che esso si deva al fatto di non avere il cellulare e di passare 24 ore su 24 insieme. Poi però, e qua il secondo aspetto importante, ovvero asse, si rendono conto che ciò che li unisce non è soltanto lo stare insieme, ma è il fare qualcosa insieme e avere un obiettivo comune. Questo obbiettivo, ovvero missione, conferisce senso alle loro giornate. I ragazzi apprezzano molto questi giorni, carichi di senso e quindi di un’esperienza di fondo di soddisfazione e plenitudine. Non li circoscrivono unicamente alla sfera del solidale, qualcuno parla persino di provare esperienze simili quando fa il suo dovere, per esempio studiare. Qua non si parla di effimeri piaceri, ma di azioni che avendo un senso riempiono interiormente. Qualche altro ragazzo parla di questi giorni come momenti di felicità estrema mai provata prima, di essere abituato a una vita con “contentini” che poi lo lasciano vuoto. 

Tra una cosa e l’altra qualche ragazzo mi chiede se Dio chiama tutti. Io senza esitazione rispondo di si, tutti siamo chiamati da Dio, almeno se diciamo di essere cristiani non possiamo che crederci, poiché Dio ha un piano d’amore per ognuno di noi, un piano che si fondamenta sulla fedeltà a noi stessi, al proprio io vero, autentico, che vive e si sviluppa in sintonia con i suoi desideri di belleza, del bene e del vero. Chiaramente è un discorso più complesso, e che ha bisogno di maggiore approfondimenti, ma per ora mi basta che i ragazzi, chi interessato, sappia che tutti siamo chiamati poiché ognuno di noi è amato con un amore infinito, e che non esistono chiamate di serie b o più facili o difficili di altre, esiste solo la sfida di scoprire questa chiamata e avere il coraggio di mettersi in azione. Per finire, ci sono due ragazzi che sono estremamente timidi nella loro vita quotidiana londinese e romana. Familiari di entrambi mi hanno scritto in questi giorni chiedendomi di avere un occhio di riguardo per aiutarli a integrarsi. Conoscevo entrambi da prima e posso confermare che entrambi, ognuno a modo suo, sono molto introversi e timidi. Como posso ora confermare che sin dal primo giorno sembrano altre persone. Come se tutti gli ostacoli e barriere che li portano a essere timidi nelle loro città fossero scomparsi. Loro ne sono consapevoli, e i ragazzi del gruppo si sorprendono quando viene fuori che loro, nella loro vita “reale” sono timidi. Non sanno bene però a cosa dare la colpa di questo disinvoltura. Come altre volte e in altri momenti insisto di fare uno sforzo per dare un nome a ciò che sta alla radice di permetterli di andare oltre la timidezza poiché dando un nome avranno qualcosa di concreto da portarsi a casa, qualcosa di concreto su cui costruire la loro “lotta” contro la timidezza. 

I gruppi finiscono verso le 23:30… e sono di nuovo davanti alla porta dei ragazzi mentre finisco di scrivere, con una certa fatica queste righe… 

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