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Romania

La lotta clandestina nelle stanze dei ragazzi è un evento che accade ogni notte praticamente. L’abbiamo scoperto ieri notte, quando all’una del mattino ho aperto gli occhi e notato che mancava Tom nella nostra stanza. Era fuori le stanze controllando che nessuno si rompa nulla. Ora è molto più chiaro perché specialmente i ragazzi fanno così tanta fatica ad alzarsi ogni giorno, e ogni giorno sempre di più. Fortunatamente abbiamo dei metodi “speciali” per accelerare la sveglia! 

Oggi abbiamo fatto la preghiera del mattino alle 07:40, colazione al volo e alle 08:30 senza briefing tutti a lavorare. Oggi praticamente tutti hanno lavorato alle fondamenta dietro casa. È vero che il sole è stato clemente e questo ha favorito il lavoro dei ragazzi, che, quasi tutti, hanno dovuto fare molte meno pause del solito. Pranziamo alle 13 e alle 14.30 facciamo il gruppo di riflessione. È stato un gruppo molto particolare devo dire. Sia nei gruppi del primo gruppo che in quelli fatti finora nel secondo gruppo, mi sono limitato a indirizzare il dialogo unicamente sul viaggio, sull’esperienza che stanno facendo, le cose che piacciono, quelle con cui si fa fatica, e prendere consapevolezza di quali sono gli aspetti di questa esperienza che secondo loro hanno permesso il forte senso di amicizia che tutti percepiscono, l’esperienza di libertà e di sentirsi accolti che più volte più di uno ha manifestato. Iniziare un dialogo alle 14:30 post siesta dopo una mattinata di vero lavoro da operario è molto complesso, ma soprattutto faticoso. Mi sono permesso di toccare alcuni tasti nei ragazzi per metterli a contatto con la loro vulnerabilità ed esperienza di limite. Sono ragazzi che nel quotidiano amano mostrarsi grossi, sicuri di sé, a volte menefreghisti, o persino testardi. La vita, e soprattutto questi viaggi, mi ha più volte insegnato che più dura è la corazza, e più sofferenza c’è dietro. La stessa vita mi ha insegnato ad essere molto reverente con l’interiorità dei ragazzi, soprattutto nei dialoghi di gruppo, limitandomi a fare domande un po a intuito (e che sono frutto più che altro di più di 16 anni ascoltando adolescenti e giovani) e insistendo sulla scelta personale di condividere o aprirsi “se vuoi allora dillo”. Ecco la verità è che per i ragazzi a volte è veramente una grande benedizione poter sentirsi invitati a raccontarsi, a dire ciò che li frulla nel cuore senza sentirsi un peso. Non a caso la più nominata motivazione per non raccontarsi agli altri è quella di “non volevo essere un peso”. Viviamo in una società che fa in qualche modo, forse anche nell’ambiente familiare, che non pochi giovani e adolescenti vedano sé stessi proprio così: “sono un peso”. Con la tragica conseguenza della solitudine e il suo estremo la disperazione.

Uno a uno, in mezzo a pianti liberatori, manifestazione di conforto e di tanta empatia i ragazzi si sono aperti raccontandosi, aprendo il cuore e manifestando ciò che li ha fatto male, ciò che li fa male ancora, ma anche il sentirsi un po degli ingrati per dare troppo peso e rabbia a determinate esperienze di sofferenza quando sanno che le loro fortune sono molto, forse troppo, più grandi di tanti altri. È qua che devo intervenire per insistere sul fatto che le sofferenze non vanno paragonate se esso porta a “sottovalutarle”. Le sofferenze che ognuno si porta hanno un valore, che è soggettivo è vero, ma è anche vero che sono fonte di dolore per chi le porta, e questo non fa nessun tipo di distinzione se nella vita uno è stato più o meno fortunato. Prendersi sul serio la propria sofferenza, senza infantili vittimismi, vuol dire dare un nome a ciò che ci fa male, dare un volto, e mai proprio mai sottovalutarla. Finito il dialogo mi alzo e me ne vado, mentre i ragazzi restano li, in piede, che si abbracciano in mezzo ai singhiozzi. Qualcosa si è smosso, e questo è un bene, solo spero che non sia poi ridotto a sentimentalismi che non servono a costruire nulla, ma una nuova consapevolezza di sé stessi, dei veri valori che devono servire da collanti per l’amicizia, e di quanto è bello e liberatorio mostrarsi nella propria fragilità. 

Nel pomeriggio si torna a lavoro, un gruppo rimane qua dietro, un altro va dai bambini, e un altro in centrale per completare i lavori. Si torna a casa, ci si lava, si va a messa, e si mangia una pasta ottima nel sugo, zucchine con pancetta, ma un po scotta a dire il vero… ma fare pasta per 40 persone è sempre una grande sfida, quindi va bene anche la pasta scotta. Alle 21:30 ci incontriamo tutti dentro al gazebo per tenere la terza conferenza- chiacchierata. Ci concentriamo sugli idoli, quelle realtà a cui affidiamo il potere di, togliendoci la nostra libertà, definire se siamo o meno felice, se siamo o meno pieni, se siamo o meno realizzati. Agli idoli si collegano le sofferenze, che in qualche modo determinano le nostre insicurezze, che poi sono quelle che ci portano alla ricerca degli idoli, delle stabilità che nella nostra vita sono mancati, delle fedeltà che nella nostra vita sono state tradite. Chiudiamo la chiacchierata con una frase azzardata quanto strana: le nostre sofferenze possono essere belle, possono essere la tua fortezza. 

Si passa poi a quel tempo della giornata in cui i ragazzi stranamente tirano fuori delle forze che speravo a quest’ora non ci fossero più. Purtroppo i giovani, senza generalizzare, hanno una tendenza a esagerare, forse anche perché nella nostra società i limiti mancano, in alcuni casi mancano anche a casa. La sfida più grande è sapere in quale momento intervenire, quando la cosa sta degenerando troppo e quindi non si può permettere un crescendo. Mentre scrivevo le linee precedenti, noto che le uova, che si trovano a un paio di metri dal tavolo dove sono seduto con il mio computer, iniziano a scomparire. Entra Giacomino, a cui “becco” prendendosi un uovo, e quindi lo fermo. Entrano Carlotta e Jacaranda, che si fermano dove stanno le uova, ma dove sono anche dei pennarelli, e io, un po inocentemente pur osservandole, mi convinco che stavano giocando con i pennarelli e che le uova manco le avevano notate. Entra poi Niccolò, quello romano come dicono i ragazzi, che si prende un altro uovo, e notandolo lo fermo. Sono tentato di romperglielo in testa, però sarebbe un andare contro il principio per il quale con il cibo non si gioca e soprattutto non viene sprecato. Purtroppo uscendo noto che avevano rotto già un uovo, quello che io avevo confuso con i pennarelli, in testa al secondo Niccolò, quello spagnolo (di Niccolò nel gruppo abbiamo tre; il terzo è quello belga). Quello che non so è chi sia stato, se le ragazze, se un altro tra i ragazzi che sono passati, è difficile da capire e in questo caso è impossibile saperlo da parte dei ragazzi (tra i ragazzi, un po di “cultura” giovanile, comanda il detto “non si snitcha”, ovvero non si fa mai la spia). Il tutto mi infastidisce molto, e chiedo a Tom e Francisco di mandare tutti alle loro stanze, che con il cibo non si gioca. Ovviamente i ragazzi “rosicano” soprattutto quelli che allegramente chiacchieravano e sono solo delle vittime delle stupidità dei loro compagni di viaggio, ma certe cose preferiscono funzionino come gruppo e non come singoli, anche perché in questa situazione, vista la struttura, è difficile fare la distinzione. Sono stato un po duro: “venite ad aiutare i poveri ma poi giocate con il cibo che a loro manca”… non so quanto abbiano capito, spero qualcosa. Ma poi, dal testo sembrerebbe che c’è un ambiente tesissimo, ma non è così, c’è uno spirito ottimo di gruppo, di lavoro, di amicizia e di condivisione. Ci sono però quei momenti, classici tra gli adolescenti, dove un solo piccolo passo in falso può determinare un crescendi di sfortunatissimi eventi, che io, in quanto loro responsabile ultimo, preferisco tagliare dalla radice. Tanto sento ancora le urla dei ragazzi nella loro stanza, preparando qualche lotta per passare la notte. E nel frattempo, il colpevole dell’uovo ha confessato: “ci vediamo domani alle 5”, gli ho detto sorridendo!

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