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Romania

Oggi abbiamo voluto dare più tempo ai ragazzi per riposarsi, considerando anche che molti di loro avrebbero aspettato svegli la partenza di Nico alle 4:30 del mattino. Avremo pensato che sarebbero stati svegli fino alla fine, e invece uno ad uno hanno crollato verso le 4, sempre secondo la loro versione. Filippo ed io invece eravamo svegli alle 4:30, anche se un po spaventati: prima perché la sveglia non aveva funzionato e pensavamo Nicolo non si sarebbe alzato. Invece Appena usciti lui era lì, in piedi, illuminato per un po della luce proveniente dal cielo, con la sua immensa valigia accanto a lui. Ci siamo spaventati una seconda volta al notare che erano già le 4:35 e la macchina che avrebbe dovuto portarlo fino all’aeroporto di Cluj non era ancora da noi. Dopo un paio di chiamate siamo riusciti a rintracciarlo, neanche a lui era suonata la sveglia… è arrivato come un fulmine alle 4:55 ed è riuscito a portare Nico in tempo per imbarcarsi!

Abbiamo svegliato tutti verso le 8:30, tutti nel gazebo. Comunichiamo l’ordine del giorno: colazione libera appena finiamo il briefing, e da lì in poi tutti divisi per settori per preparare la struttura a ricevere il terzo gruppo delle missioni, quello dei maggiorenni, che sono in 20: 14 in arrivo da Milano, 3 da Roma, e altri 3 sempre da Milano che però hanno iniziato il viaggio ieri, in macchina, e che verso le 20:30 ci hanno comunicato di dover affrontare una fila di due ore per superare la frontiera tra l’Ungheria e la Romania. Abbiamo diviso in due lo stanzone dei ragazzi: una parte per i ragazzi del gruppo in partenza, e una parte per quelli in arrivo. Invece le ragazze hanno liberato le loro stanze per occuparne una camerata da 10 in un altra parte della struttura, e lasciare le tre stanze libere per le ragazze in arrivo. Secondo i nostri calcoli il terzo gruppo arriverà verso la mezzanotte inoltrata, e siccome staranno qua solo una settimana, non ci saranno sconti domattina, dobbiamo partire forte! Sarà solo una settimana, ma sarà super intensa!

I ragazzi puliscono fino alle 12 e poi partiamo verso un ristorante a 14km da dove dormiamo, sempre più lontano dalla città. I ristoranti in Romania, ok non va bene fare generalizzazioni, i due ristoranti ai quali siamo andati in Romania non accettano prenotazioni, anche se sei un gruppo grande. Quindi partiamo presto, ma nonostante ci avevano garantito che avremo trovato dei posti al aperto, ci mandano dentro… peccato, anche se alla fine risulta più conveniente, dentro è fresco e fuori si muore letteralmente di caldo. Torniamo a casa verso le 16 e ci prepariamo per salutare un ultima volta i bambini di Craica. In mattinata i ragazzi hanno riempito delle scatole di ogni tipo e per ogni età. Le seguenti due ore saranno colme di emozioni, alti e bassi, gioia e pianto. La lingua non è la stessa, e abbiamo sempre fatto abbastanza fatica a comunicare… i nostri ragazzi sanno che probabilmente non li vedranno più; i piccolini forse l’ignorano, ma qualcuno, o più di qualcuno se ne accorge che questo saluto non è il solito a domani, ma più probabilmente un, anche se forse è brutto da dire, addio. I ragazzi tornano a casa visibilmente scossi. 

Diamo loro qualche minuto per metabolizzare le emozioni, e ci raduniamo verso le 18:45 nel gazebo. Leggo a loro le seguenti righe, che dovrei ancora risistemare ma il tempo e l’orario di questo post mi giocano contro… quindi le correggerò post pubblicazione, prima o poi, in mezzo a ciò che resta dell’estate:

Cari ragazzi siamo arrivati alla fine. O forse, anche, l’inizio di qualcosa di nuovo nelle vostre vite, che come quasi sempre dipende solo e unicamente da voi, che quel che può accadere nella realtà non sta a voi deciderlo, e quanto tocca a Dio fare, abbiate la certezza lo farà. Siete voi i protagonisti della vostra vita. Siete voi che d’ora in poi deciderete quale versione di voi stessi mostrare nel quotidiano: quella delle maschere e le etichette? quella della risposta alle aspettative che ci sono su di voi anche pagando il prezzo di rinunciare a voi stessi? o quella della vostra originalità, della fedeltà a voi stessi, della ricerca di un Amore più grande sempre e in ogni momento. Con questo non vorrei dire che la vita sia un bianco o nero. L’esistenza umana è piena di grigi, e anche di cadute, di incoerenze, di situazioni in cui scegliamo non quello che è più bello per noi e per quanti ci circondano, ma che finiamo per scegliere l’egoismo. Non solo la vita, forse ogni nostra giornata. Alla fine di ogni giorno però dovrà solo contare la risposta alla domanda: Quanto ho amato oggi? E così ogni giorno senza abbattersi.

I vantaggi di essere un gruppo poco numeroso vi ha dato l’occasione di conoscervi di più, di condividere, anche se privilegiando quelle personalità a voi più affini, con tutte le persone del vostro gruppo. Qualcuno tra voi ha voluto, devo dire un po ridottivamente, spiegare la libertà nell’essere sé stessi al fatto di non avere i cellulari. A parte che siamo felici che abbiate scoperto che non si muore senza cellulare, che potete perfettamente scoprire quella parte dell’esistenza che si chiama vita e che è piena di persone come voi e che esistono intorno a voi, che si portano nel cuore desideri di bellezza e di bontà, bisogna avere ben chiaro che il cellulare non è di per sé il “male”, ma solo la fuga alla vostra, passatemi il termine, noia. E la fuga anche alla vostra solitudine. Ma il cellulare non è il centro di queste righe, poiché di fughe ne possiamo trovare milioni. Puoi scappare all’essere te stesso appunto grazie alla maschere che ti metti o le etichette che ti addossano gli altri; anche nella ricerca di valore che ti possono dare determinati idoli. Ma tu sai perfettamente, nel fondo del tuo cuore chi sei e per cosa vorresti essere apprezzato, o ancora di più amato. 

Non sei frutto del caso, se esisti è per qualcosa di grande, di bello, di vero, di buono. E con grande non intendo qualcosa di quantitativo necessariamente, forse si ma forse no e andrebbe bene così. Con grande intendo qualcosa di qualitativo. In linee generali ti direi che sei chiamato all’Amore, perché l’Amore è l’essenza della nostra vita. Ed essere chiamato all’Amore vuol dire sapersi riconoscere amabili, scoprirsi amati, e poi amare. 

Riconoscere di essere amabili è un lavoro arduo, perché tante volte pensiamo di non esserlo, di non valerne la pena, pensiamo di essere un peso o che le nostre tante o poche macchie, i nostri lati più scuri o incoerenti, siano un impedimento a che qualcuno ci possa veramente amare. Tante volte, purtroppo e per un mare di ragioni, diamo ascolto a quella voce o voci che dicono il male di noi, che ci male-dicono. Non sono la verità. Ogni volta che ti rendi conto di stare pensando il male di te, di stare entrando nella disperazione o nel negativismo, scaccia subito quei pensieri.

Scoprirsi amati è difficile se crediamo di non essere amabili. Ma è appunto una scoperta, no qualcosa che ti guadagni, cioè, non puoi decidere di essere amato, perché che qualcuno ti ami parte da una libertà che sceglie di farlo. Non si tratta neanche di voler essere amati in un tale o determinato modo, modo che tante volte è un riflesso delle nostre ferite. A volte capita di essere circondati di persone che ci amano e ce lo dicono o mostrano in tantissimi modi, ma siamo talmente chiusi all’idea di potere essere amati o peggio ancora talmente chiusi a voler essere amati così come decidiamo noi, che non c’è ne accorgiamo. 

Amare invece dipende totalmente da te. E così come puoi scegliere chi, come, quanto e quando amare, non puoi scegliere chi ti ama, ne come, ne quanto, ne quando. A te sta amare, e amare può anche fare male, l’amore ci rende vulnerabili, ma ci rende anche infinitamente umani, vivi, e pieni, anche se fa male. Come abbiamo detto qualche giorno fa, l’alternativa alla vulnerabilità che ne deriva dall’amare, è lasciare il cuore chiuso, protetto… lasciarlo diventare di pietra, impermeabile ai sentimenti. Ci capita quando abbiamo sofferto molto, quando siamo stati traditi, quando torniamo delusi dall’ennesima esperienza di delusione in amore o in amicizia… è una reazione normale, ma non può durare a lungo, perché vuol dire, al mio modo di vedere, la morte in vita. 

E come puoi amare tu non lo può fare nessuno. Questo è un concetto che deve passare cari ragazzi. Nessuno di voi è uguale a chi vedete ora intorno a voi, e questo verità è qualcosa di meraviglioso. E non c’è stato, non c’è e non ci sarà mai nessuno come te. Tu sei un originale, un unico, e questo lontano di riempirti di ansia, quel ansia che provate ogni volta che vi sentite giudicati o inadeguati, deve riempirti di orgoglio, e della consapevolezza che non ti puoi sprecare. Non buttate la vostra vita. La tua vita è un dono troppo bello, troppo grande, troppo unico da essere sprecato in cose futili. Ci sono persone che solo tu puoi amare, mani che solo tu puoi accarezzare, lacrime che solo tu puoi asciugare, ci sono persone che solo tu puoi consolare, sopportare, fartene carico. Esattamente come tutti quei bambini che in questi giorni sono stati destinatari del vostro amore, del vostro tempo… se solo uno di voi non ci fosse stato, per loro sarebbe stato diverso, forse non lo avrebbero mai saputo, ma sarebbe stato diverso… Ci sono gesta che solo tu puoi fare, non tanto nell’azione in sé, ma nel modo che tu lo puoi fare. Fare tutto per amore, e non solo per dovere, da tanta libertà e vera gioia, e se di mezzo ci va pure l’amicizia, meglio ancora. 

In questo viaggio molti di voi vi siete lasciati far conoscere da praticamente degli sconosciuti in pochissimo tempo, vi siete mostrati non soltanto nelle vostre fortezze o in tutto ciò che vi rende amabili, vi siete mostrati anche nelle vostre parti più fragili e avete scoperto, proprio in quei momenti, che esse non sono motivo per gli altri di non amarvi, ma proprio in quei momenti di vulnerabilità è sorta la forza del gruppo, l’abbraccio che consola, la mano tesa che ti rialza. Quando più deboli vi siete mostrati, è quando più forti siete stati: forti nella bontà, forti nell’empatia, forti nel coraggio di essere se stessi. Fate tesoro di quei momenti non con un inutile sentimentalismo che tante volte non porta a nulla. Fate tesoro di quei momenti perché vi ricorderanno che non stai mai solo, e che in soli pochi giorni hai conosciuto delle persone che ti amano per ciò che sei e non per ciò che hai vissuto, fatto o sofferto. 

Ecco, qualcuno nel corso di questi giorni vi ha detto: “Avrei voluto di avere il vostro coraggio alla vostra età per fare una missione. Voi siete ciò che avrei voluto essere alla vostra età”. Non perdete questo coraggio, questo movimento interiore che tra una cosa e l’altra vi ha portato a fare una missione di volontariato. E spero di cuore che quello stesso coraggio che in qualche modo o con altri nomi vi ha portato qua, sia un inquietudine interiore che vi permetta continuare a ricercare. Ve l’ho già detto qualche giorno fa ma ve lo ripeto ancora. Essere uomini e donne di fede è una grandissima fortuna. Ma la fede non è qualcosa che si “ha” ma un dono che si riceve, accoglie, custodisce e ci si sforza per far crescere, per approfondire. Solo possiamo amare ciò che conosciamo. Date un’opportunità alla fede, a Dio, quella stessa opportunità che molti di voi avete manifestando venendo più volte a messa, quella stessa opportunità che è scaturita quando vi siete sentiti carichi di un amore e di una forza che non poteva venire solo da voi, quando non solo avete vissuto il volontariato ma avete vissuto la carità: cioè avete fatto il volontariato per amore. Quel amore più grande che cercate, quel amore incondizionato che il vostro cuore anela di incontrare un giorno, quel mistero infinito che può saziare la vostra anima, è l’Amore di Dio. Che ti ama così come sei, che ti ama nella tua libertà, e che è sempre lì come un Padre che ti ascolta e accoglie per risollevarti ogni volta che cadi; ma soprattutto per dirti, anche se tante volte non te ne accorgi o forse non lo vuoi ascoltare, che ti ama con un amore eterno… 

Dopo questi 10’ o 15’ di ascolto, i ragazzi sono invitati a scrivere la ormai famosa e tradizionale lettera a sé stessi. Ognuno trova un posto del cuore, o meglio un posto che favorisca la scrittura, la concentrazione, il lasciarsi ritoccare dai ricordi di quest’esperienza. Verso le 20:30, quando tutti hanno finito di scrivere, possiamo finalmente iniziare la messa di fine missione. In questo momento, con tanto ritardo, i ragazzi stanno cucinando, mangeremo tardi, ma non importa. Domattina si parte molto presto…

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