Romania

Un desiderio che sa di eternità

È l’inizio del terzo giorno e la fatica della sveglia non è ancora ai massimi, e questo nonostante la sera precedente i ragazzi sono andati a dormire poco più tardi del giorno prima. Piano piano il nostro cortile-salapranzo-auditorio-salotto si riempie di ragazzi ancora un po sonnolenti ma pronti per la preghiera del mattino, e soprattutto per la prima colazione. 

Verso le 8:15 ci mettiamo tutti sotto una sorta di capannina, che funge da cappella quando facciamo la messa. Siamo un po stretti ma alla fine entriamo tutti e non fa ancora troppo caldo. Lungo la nostra esperienza saranno 4 gli incontri previsti per tutto il gruppo. Lo chiamo incontro per non chiamarlo “conferenza” e non darle un tono troppo serio, e non me la sento neanche di chiamarlo “catechesi” perché ritengo che ci vogliono certe basi, o fondamenta, prima di poter parlare di una vera e propria catechesi. Mi piace vedere l’incontro come un dialogo tra chi parla e i ragazzi, ovviamente seguendo un filo, e soprattutto cercando di gettare luce, o aprire spiragli, che possano illuminare alcuni aspetti della vita di questi ragazzi così assettati di cose grandi e di sogni. 

Il tema di oggi è una sorta di “binomio”, di realtà che potrebbero venissimo trovarsi agli opposti ma che convivono misteriosamente nella vita umana. Si parla di eternità e si parla di limiti. Eternità intesa come desiderio di felicità, di pace, di serenità, ma segnata anche da una durata costante nel tempo. Tutti vorremo essere felici, tutti riteniamo che in qualche modo essa possa essere possibile e quindi raggiungibile, nessuno mette in dubbio che sia qualcosa da costruire, cioè che sia difficile da “averla”. Ma se si parla di felicità la si vorrebbe possedere per sempre, in modo stabile, che abbia appunto gusto di eternità. I “per sempre” fanno paura, ma quello non vuol dire che non siano desiderabili o impossibili, vuol dire che si possono raggiungere e costruire con fatica. E tutti vorremo, appunto, essere felici per sempre. E in qualche modo ogni cosa che facciamo è perché cerchiamo la felicità, anche quando sbagliamo, anche quando feriamo o ci feriamo, in fin dei conti ciò che ce nascosto o dietro ogni nostra azione è la ricerca di stare bene, ma non uno stare bene banalmente identificabile con il “sentirsi bene”, essere apposto con sé. Insisto molto ai ragazzi chi prima di darsi da fare nei passi per essere felice, bisogna partire dalla consapevolezza di chi si è, altrimenti si rischia di sbagliare tutto, e cercare la felicità o serenità o pace facendo o essendo ciò che non siamo, come se tutti dovessimo essere uguali, riuscire nelle stesse cose, insomma omologarci ai modelli forti che questa società in qualche modo impone. Si tratta di fiorire, di dare frutto, ma nella fedeltà a sé stessi, alla propria originalità e unicità. Se uno solo dei ragazzi non sboccia come il fiore che è chiamato ad essere, non solo perde lui, si frustra e si delude, perdiamo tutti, perché perdiamo tutti ciò che solo lui o lei erano chiamati ad essere e poi a fare. 

Dall’altro canto c’è il limite. Limite in ogni senso. Quello fisico o spaziale che è determinato dal nostro corpo e le capacità che esso ha. Tante volte siamo limitati dal nostro corpo solo che siamo abituati e non ne facciamo caso. E tante volte ci condiziona a fare o non fare determinate cose, a poter rischiare o a dover rinunciare a determinati eventi. E siamo anche limitati nel tempo, perché la nostra vita ha avuto un origine, e siamo tutti certi che vada come vada, prima o poi, avrà una fine. Parlare della fine, o la morte, con i giovani, a volte può essere pesante. Loro non ci pensano, sono lontani da ciò che sarebbe questo evento nel corso “normale” di una vita, e quindi a volte senza accorgersene pensano di essere immortali. Invece la morte, la fine, con tutta la sua drammaticità ha qualcosa di bello da ricordarci: e cioè che quella unicità che ognuno di noi è, è un originale a tempo limitato. Ognuno di noi “accade” una sola volta per sempre in questa vita, e poi non ci sara mai più nessuno come noi. Ansia? Forse un po si, ma soprattutto, spero, consapevolezza della grandezza della tua vita. Nei limiti mettiamo dentro anche le nostre ferite, le nostre sofferenze, le nostre cadute, quelle di cui siamo responsabili e quelle di cui siamo stati vittime… I giovani danno troppa importanza a tutto ciò che li fa male. Per carità, ad ogni cosa bisogna dare un luogo e un suo nome. Ma a volte sembra che le danno un importanza capace di annientarli, di condizionarli, di avere l’ultima parola sulla loro persona. E sembra che non sanno che loro sono, e valgono, infinitamente più di mille ferite, di mille cadute, e che non ce niente della loro vita che, una volta accaduto, deva essere “buttato” via, perché tutto ci serve, anche il male più doloroso. Il problema non è il limite, o la sofferenza, il problema è che cosa ne facciamo di esse. 

La giornata prosegue con i soliti cantieri di lavoro, ma questa volta divisi solo in due gruppi. Mentre un gruppo va nella baracca a fare lavori di manutenzione, un altro gruppo va al centro dei somaschi a continuare a verniciare, sistemare mura e alzare la recinzione. Ormai abbiamo capito che il nemico più grande non è la fatica, neanche lo sono le sfide del lavoro, come non lo sono le motivazioni, perché questo gruppo ha voglia di fare e tanta… il grande nemico è il caldo. I ragazzi lavorano fino alle 13 e verso le 13.30 mangiamo generose porzioni di pasta con pomodoro e tonno. Finito di mangiare i ragazzi hanno tempo di riposo fino alle 15, orario nel quale ci riuniamo per la prima riflessione personale. A ogni ragazzo viene consegnato un libretto con 10 riflessioni personali e ognuna di esse con due domande per approfondire. Sono stati tutti sollecitati a prendersi quel tempo come un regalo per se stessi, un tempo in cui dare un nome e ordine alle “cose” che si portano nel cuore. Questa meditazione ha per titolo Cerco un volto… La felicità è diventare finalmente qualcuno. Ogni ragazzo si accomoda dove meglio può, chi preferisce la compagnia, chi invece si ritira un po in solitudine, ma tutti si danno da fare. Alle 16 ci dividiamo in altri due gruppi: uno che continuerà con i lavori in centrale, mentre un altro che andrà a giocare con i bambini.

I ragazzi tornano verso le 18:20. Trovano tutto pulito e le docce, quelle portatile, piene d’acqua. Allora c’è da dire che i ragazzi a carico della cucina oggi, non si sono solo preoccupati di cucinare, ma hanno messo in ordine e pulito tutti gli ambienti comuni. La parte però più bella seconda me è stato vedere uno dei ragazzi, che senza essere stato sollecitato, di sua iniziativa ha riempito ognuna delle docce portatili. È si un lavoro semplice, un po ripetitivo visto che sono dieci docce da smontare, riempire e rimontare, ma è nell’ordinarietà delle cose semplici che ci possono essere scintille di straordinarietà. E forse sarò io un po fissato con le cose piccole, i dettagli, ma questo gesto di preparare la docce per gli amici al lavoro mi parla di un cuore grande, che nel silenzio serve… e mi commuove il fatto che lui abbia solo 15 anni…

Oggi la messa è più tardi, alle 20, poiché i ragazzi dei giochi con i bambini ci hanno messo più del solito. Hanno portato una bellissima donazione di magliette da calcio del Inter, Milan e Juventus (peccato mancasse quella della squadra più bella d’Italia, l’AS ROMA!). E quindi hanno passato più tempo giocando a calcio. Dopo la messa si mangia un tipico piatto romeno: carne con fagioli. E in effetti all’annuncio di questa prelibatezza alcuni ragazzi minacciano di dormire fuori questa sera… Dopo la cena si crea il solito ambiente di tutte le sere, ragazzi che chiacchierano, giocano, e per oggi, si suona anche la chitarra!

PS: Una piccola delicatezza durante la messa… l’antifona del Salmo recita: “hai fatto di me una meraviglia stupenda”… ed è proprio così, ognuno dei ragazzi è una meraviglia stupenda.